Daniela Dubla è co-founder e presidente di MindsettER, rete di startup dell’Emilia-Romagna, e founder di Inner.ME.
Condividiamo integralmente l'intervista condotta dal team di MUG.

1) Chi è Daniela Dubla e quando ha deciso di lanciare una impresa tecnologica?

Ho deciso di lanciare un’impresa dal cuore tech quando, dopo l’esperienza lavorativa in ambito corporate, ho intuito che bisognava aiutare le organizzazioni a guidare il loro naturale processo di cambiamento, con un approccio sostenibile e bottom-up allo sviluppo interno. La domanda che mi sono posta era: “quale può essere un modo innovativo e sostenibile per migliorare le organizzazioni?”
Sono sempre stata convinta del fatto che le organizzazioni possano migliorare nel momento in cui le persone che vi operano acquisiscono maggiore coscienza di sé e dell’altro, sviluppando relazioni più consapevoli all’interno del gruppo di lavoro, e il management si apre a nuovi stili di direzione, come l’authentic leadership.
Questo processo può essere facilitato facendo leva sull’emersione e la condivisione dei valori individuali, utili a rafforzare le relazioni intra-gruppo e ad aiutare i supervisor ad accompagnare lo sviluppo e il cambiamento organizzativo in modo sostenibile, dall’interno e dal basso, conoscendo le proprie persone e coinvolgendole sulla base delle motivazioni che guidano il  loro comportamento nel contesto aziendale. Da qui ho iniziato un percorso di ricerca e approfondimento coinvolgendo docenti universitari, esperti del mondo delle tecnologie, manager, imprenditori, per sviluppare un applicativo che fosse di supporto alle aziende in questa delicata fase di passaggio da un’organizzazione tradizionale ad una nuova, coerente con il particolare momento storico che stiamo vivendo, e incentrato sui valori. Da questo percorso di approfondimento è nata una collaborazione con una multinazionale farmaceutica, che mi ha consentito di validare l’impianto teorico alla base del progetto e di testare il primo modulo dell’applicazione mobile destinata a questo scopo. Insieme all’azienda, abbiamo disegnato quella che poi è diventata l'esperienza di apprendimento. Il programma in app ruota attorno ad un percorso-viaggio dentro se stessi attraverso il quale: il singolo dipendente può acquisire maggiore consapevolezza dei suoi valori e delle sue motivazioni, arricchire la descrizione di sé e quindi il suo modo di relazionarsi agli altri, e l’organizzazione allo stesso tempo può ottenere insights e dati aggregati sulle aree valoriali e motivazionali e sui livelli di satisfaction e job ownership che caratterizzano i suoi collaboratori: questi dati sono utili per definire ad esempio strategie di engagement e di culture change, politiche innovative di sviluppo del personale e di creazione dei gruppi di lavoro, …che portino poi a migliorare il comportamento organizzativo e in ultimo le performance dell’azienda.
L’App si chiama Inner.ME ed è attualmente in uso presso aziende che hanno deciso di effettuare interventi di sviluppo e cambiamento organizzativo.

2) Come vedi la situazione dell’ecosistema Startup italiano oggi?
L’ecosistema dell’innovazione in Italia si sta muovendo velocemente, è in una delicata fase del suo ciclo di vita, in cui risulta essenziale colmare alcuni gap per effettuare il passaggio allo step successivo. Un aspetto su cui è bene che i policy-makers e i diversi stakeholders focalizzino la loro attenzione e i loro sforzi è  il go-to-market: è essenziale velocizzare l’accesso al mercato delle tecnologie e soluzioni sviluppate dalle startup, per evitare che queste ultime finiscano nella cosiddetta Death Valley, finanziariamente stremate da sales cycles troppo lunghi (mediamente servono 2 anni prima di chiudere un contratto B2B con un’azienda consolidata e questo per un’impresa in fase embrionale con forti investimenti in R&D alla spalle non è sostenibile). Nella mia esperienza ho notato anche una mancanza di conoscenza da parte delle imprese consolidate dell’ecosistema delle startup in generale e delle tecnologie e dei servizi da queste sviluppati in particolare.   Per questo motivo, sarebbe di molto aiuto  creare occasioni per mettere in contatto questi due mondi, facendo conoscere i rispettivi fabbisogni di innovazione e di crescita e condividendo le più efficaci modalità di interazione, in vista di un obiettivo comune.

3) Quali sono le difficoltà che hai incontrato oggi?
Le difficoltà anche per me si sono concentrate nella fase del go-to-market e della definizione del modello di business. Il progetto di Inner.ME ha una visione fortemente innovativa in tema di risorse umane, ha bisogno di aziende coraggiose e molto attente alle loro persone, perché possa essere adottato ed essere di contributo concreto al cambiamento. All’inizio del mio percorso imprenditoriale non avevo un network pre-esistente di aziende o di imprenditori che fossero allineati a questa visione. Poi, grazie anche al supporto delle attività di networking organizzate da Art-er e dalla Regione Emilia-Romagna, mi è stato possibile raccontare la mia esperienza e quello che mi aveva spinto a creare Inner.ME ed è a quel punto che si sono palesate aziende e responsabili HR che sostengono un approccio umanistico alla gestione e allo sviluppo delle organizzazioni. Aziende con le quali poi ho validato il format del progetto con un pilot, definito il modello di business e instaurato le prime relazioni commerciali.

4) Che cosa ti sta dando, anche umanamente, fare startup? E che cosa non rifaresti di quello che hai fatto?
Fare startup è stata e continua ad essere un’esperienza incredibile e del tutto inattesa. Inattesa in quello che mi ha insegnato ad essere, nelle capacità che non sapevo di avere e che mi ha naturalmente portato a far emergere, nelle relazioni che si sono create all’interno dell’ecosistema, con altre startup, istituzioni, e i diversi attori che lo popolano, nell’energia e nel desiderio di cambiamento che anima le persone al suo interno, nella voglia di crescere insieme e nelle visioni di futuro che si sono schiuse. Fare startup è una palestra in cui allenare ogni singolo giorno creatività e libertà, in cui valorizzare le identità di persone, organizzazioni e interi territori. Tornassi indietro forse cercherei di velocizzare alcune decisioni, ma credo che anche quello faccia parte del naturale processo di apprendimento di questo percorso.

5) Sei co-founder e presidente di MindsettER, un’associazione che riunisce le startup tecnologiche più brillanti della regione Emilia-Romagna. Che cosa fa MindsettER? E quando e perché è nata?
Nello sviluppare Inner.ME ho partecipato a un percorso di formazione in Silicon Valley, grazie al supporto di ART-ER, l’ente regionale che ha fra le sue finalità anche quello di favorire la nascita e la crescita di startup tecnologiche. Oltreoceano ho capito che la regione Emilia-Romagna ha delle specificità che la rendono unica e diversa sia dalle altre regioni in Italia, sia dai più blasonati ecosistemi stranieri. Proprio a San Francisco è nato il desiderio di creare qualcosa che raccontasse e facesse emergere questi tratti distintivi del carattere imprenditoriale e innovatore della nsotra regione. Tornati a casa, insieme agli altri founder che avevano fatto questa stessa esperienza, abbiamo voluto mettere insieme le forze e dare vita all’associazione MindsettER. Era l’inizio del 2017. L’obiettivo allora era innanzitutto fare rete tra noi, mantenere un legame che andasse oltre l’esperienza di San Francisco e portasse i suoi frutti anche qui, raccontando le competenze e il valore che le nostre startup portano ogni giorno all’ecosistema regionale e nazionale.
Ad oggi in MindsettER hanno orbitato circa 50 startup tech della regione Emilia-Romagna, e le nostre relazioni sono andate oltre la rete costruita internamente. Al fine di condividere nuove opportunità, abbiamo costruito dei percorsi di matching con imprese consolidate del territorio, che hanno vinto anche dei premi come nel caso di quello organizzato per CAMST, abbiamo raccontato della nostra rete a fiere ed eventi, nazionali ed internazionali, abbiamo supportato con attività di comunicazione online l’awareness delle nostre startup, abbiamo parlato delle nostre imprese e dei nostri singoli percorsi imprenditoriali nelle scuole e nelle Università, abbiamo dialogato con le Istituzioni perché guardino all’ecosistema dell’innovazione come ad un spazio ricco di ispirazioni e indicazioni per la costruzione del futuro di questa regione, abbiamo creato partnership con altri attori del territorio,…
Domani? Il futuro dell’associazione è pieno di possibilità e scenari interessanti, speriamo di poter continuare a dare il nostro contributo allo sviluppo dal basso dell’ecosistema, e crescere insieme grazie alle collaborazioni che stanno nascendo tra noi.

6) Perché siete partner di MUG come associazione? Che cosa vedete di positivo in MUG?
Abbiamo visto in Emil Banca una banca affidabile e credibile, con una forte connotazione territoriale, ma anche dotata della capacità di supportare progetti altamente innovativi. Il progetto MUG è molto interessante, perché offre un habitat, un playground, per “giocare” insieme e accelerare i percorsi di crescita all’interno dell’ecosistema delle startup. Inoltre, ha al centro della sua missione temi come quello dell’innovazione sociale e dell’economia circolare che sono centrali per quanto riguarda lo sviluppo di molte delle startup che aderiscono all’associazione, il cui impatto è sicuramente rilevante e meritevole di grande attenzione.

7) Che cosa ti aspetti da MUG?
Ci aspettiamo che ci dia occasioni di confronto e  un luogo che sia vivo, amichevole, dove far proliferare occasioni di connessione fra organizzazioni emergenti, come sono le startup, e soggetti che invece sono già maturi e hanno una forte credibilità, come imprese e organizzazioni attive da anni. Ci aspettiamo un luogo che sia dotato di tutte le facilities per favorire lo sviluppo dei progetti. Le startup inoltre hanno bisogno di relazioni con altre startup che portano network, competenze o tecnologie complementari, attraverso le quali fare nascere risposte ai needs del mercato. Ci aspettiamo quindi che sia un luogo pieno di competenze multidisciplinari che stimoli la nascita di relazioni e collaborazioni; la collaborazione tra startup e competenze eterogenee è utile a generare soluzioni che portino a risultati concreti. MUG può essere il campo di gioco per testare queste soluzioni che diano risposte concrete al mercato. Se ce la farà in questo intento, porterà un aumento della conoscenza complessiva dell’intero ecosistema ed inoltre faciliterà lo sviluppo di prodotti in grado di generare impatto, sia sociale che economico.

8) Che cosa suggeriresti alle banche e alle istituzioni per rispondere ai bisogni di chi fa startup tecnologiche a Bologna e in Italia?
Suggerirei di concentrarsi sul fare accadere relazioni, sul costruire legami in ambienti che siano, almeno in parte, protetti, e di sostenere attivamente lo sviluppo tecnologico delle startup. Mi aspetterei che si adoperassero ancora di più per far conoscere le startup alle imprese, ma anche a tutto il territorio incrementando ulteriormente le azioni che hanno già intrapreso. Occorre senz’altro immettere nel sistema fondi e liquidità mirati a sostenere momenti chiave del ciclo di vita delle startup, e anche far acquisire maggiore consapevolezza dei bisogni che le startup hanno in relazione allo specifico stadio evolutivo in cui si trova ciascuna di loro.

9) I dati ci dicono che le imprese più resilienti oggi sono quelle che investono nel digitale e nella sostenibilità. Che supporto pensi possano dare le startup alle imprese per affrontare queste due sfide?
La missione di fondo e trasversale alle startup è quella di rendere più sostenibile un particolare pezzo di mondo attraverso lo sviluppo di una particolare soluzione innovativa  o l’utilizzo di una determinata tecnologia, che per la loro intrinseca natura digitale risultano facilmente accessibili anche ad ampie platee di utilizzatori.
Sono molteplici quindi i benefici per le imprese che decidano di avviare una collaborazione con le startup innovative, dalla possibilità di innovare, velocemente e con un impatto economico e di rischio inferiore rispetto al mancato successo dello sviluppo della stessa tecnologia internamente, prodotti e processi aziendali e sperimentare nuovi mercati, alla estrema agilità organizzativa di una startup, ai suoi processi decisionali snelli e veloci, al commitment dei suoi membri verso lo sviluppo di una soluzione che risponda agli effettivi fabbisogni di innovazione dell’impresa e del mercato, sino all’elevato potenziale di scalabilità della soluzione innovativa all’interno e fuori dall’organizzazione.

10) Si parla molto oggi di Innovazione aperta, qual è oggi la situazione in Emilia-Romagna rispetto a questo tema?
La consapevolezza delle imprese di poter fare innovazione aperta attivando partnership e collaborazioni con le startup del territorio è sicuramente aumentata e con questa anche la loro disponibilità ad attivare un dialogo. Dal canto loro, le startup stanno acquisendo maggiore notorietà rispetto alle innovazioni digitali da loro portate sul mercato che hanno cambiato la quotidianità di molti e tanto hanno aiutato soprattutto in periodo di pandemia. Occorre però un flusso ancora più consistente di relazioni e dialogo tra startup, istituzioni e imprese consolidate che aiutino, facilitino e premino i processi di open innovation.
Innanzitutto, le imprese devono strutturarsi per accogliere l’innovazione che arriva dall’esterno e per gestire al meglio la relazione con le startup. Di fatti, l’ostacolo principale per le startup che operano nel settore B2B è nella lunghezza sproporzionata del sales cycle:  sono necessari almeno due anni prima che la soluzione/prodotto della startup venga testata, adottata e infine acquistata dall’impresa. Questo fa sì che molte delle idee che potrebbero essere di  supporto a processi di digitalizzazione e di trasformazione circolare delle imprese possano non decollare perché la startup potrebbe estinguersi per un funding gap prima ancora di poter arrivare con la proposta validata sul mercato. Per ridurre quindi il rischio di fallimento delle startup B2B, occorre: aumentare la consapevolezza delle imprese dell’esistenza delle startup e delle potenzialità di fit strategico delle loro soluzioni con il business aziendale, dei tempi di risposta e di adesione di cui queste hanno bisogno per rimanere sostenibili e attive sul mercato, delle tipologie di strumenti di finanziamento di cui necessitano per continuare a sviluppare il loro prodotto e renderlo rispondente ai bisogni del target, e velocizzare così il loro ingresso sul mercato e l’integrazione delle loro soluzioni all’interno dei processi aziendali, soprattutto dotandosi di strutture interne idonee a relazionarsi con le startup e le loro specificità.

11) Che consiglio puoi dare alle startup in questa fase economica così delicata?
Che oggi ancor di più c’è bisogno dell’energia e della forza innovatrice delle startup, della loro capacità di immaginare e della loro ossessione nel provare a rendere reali le loro visioni di un mondo migliore. E’ il nostro momento!

12) Ultima domanda: quali sono le prospettive in futuro per quanto riguarda l’ecosistema?
Le prospettive sono buone, ma mi aspetto che in futuro alcune startup crescano in maniera significativa, e che ci siano delle exit rilevanti. Queste ci permetteranno di acquisire maggiore importanza come ecosistema e di attrarre quindi nuovi capitali, talenti e risorse. Abbiamo bisogno di casi di successo di questo tipo, per avanzare e passare allo stadio successivo del ciclo di vita del nostro ecosistema. Mi auguro anche che i policy makers intervengano in favore e a sostegno dello sviluppo e della crescita delle startup, favorendo le connessioni con le grandi imprese, disegnando un’avanzata startup policy, assegnando budget congrui alle politiche di innovazione, e promuovendo gli scambi con gli ecosistemi stranieri.